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Marchionne il gradassonne

12 gennaio 2012
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Ma i professori conoscono la Costituzione?

Io a Marchionne gli farei un mazzo così.

Obama, che non è scemo, gli ha prestato i soldi per il risanamento della Chrysler ma poi li ha rivoluti indietro. E li ha prestati solo per progetti che prevedevano la salvaguardia della produzione in america.

Marchionne è il capo della prima industria privata italiana, la FIAT, ovvero quella azienda che ha avuto nella sua storia il maggior aiuto economico dallo stato italiano, tanto che si fa fatica a definirla un’azienda privata.

Mai ridato niente indietro.

Ed ora che la FIAT vuol far l’americana, oltre a ricattare e schiavizzare gli operai italiani, risponde con arroganza al governo italiano che vuole chiedergli spiegazioni sui progetti futuri.

Quell’energumeno di Marchionne ha risposto a mezzo stampa:
“Con Monti non negozio nulla, chiedo solo pace sociale. Ci dicano se l’Italia vuole tornare ad essere un produttore manifatturiero”.
 Ora: se io fossi quella gringa della Fornero, con il suo cinturone e la faccia da Lee Van Cleef, ci avrei messo esattamente 2 secondi ad applicare l’articolo 42 della Costituzione italiana combinato all’articolo 2, dove recitano:

“…La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale…
La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.”

Logicamente risarcirei l’esproprio con l’indennizzo di 1 euro, fatturerei alla FIAT tutti i contributi pubblici versati, farei immediatamente un accordo con i francesi della Peugeot per un polo europeo con sedi produttive obbligatorie nei paesi d’origine.

Infine metterei un DAZIO sull’importazione di macchine americane, ma solo quelle il cui nome inizia con “Chry” e finisce con “sler”.

 

8 Responses to Marchionne il gradassonne

  1. prospero on 13 gennaio 2012 at 12:57

    Viene da pensare che con un governo non impegnato a dividere i sindacati come ha fatto il governo Berlusconi forse Marchionne avrebbe fatto più fatica a fare quello che ha fatto.Questo Marchionne Deve però fare riflettere tutti coloro, molti purtroppo anche a sinistra ,che gli hanno dato troppo credito.

  2. mauro on 22 gennaio 2012 at 10:35

    Caro Gianni,
    solitamente guardo le tue fotografie e leggo i tuoi post senza commentare, oggi, dopo avere letto quanto hai scritto su Berengo e sulla FIAF ho fatto una carrellata a ritroso e, non so bene perchè, ho deciso di pormi e di porti una domanda relativamente a quanto hai scritto nel post su Marchionne e la FIAT.
    mi sono chiesto:
    la causa dei tanti (troppi) finanziamenti/agevolazioni alle grandi imprese (Fiat, Olivetti …) non è forse stato l’insieme di leggi che hanno ingabbiato le aziende sul fronte del lavoro? non si è forse trattato di un indennizzo pagato dalla collettività per garantire ad una parte di questa la tranquillità del posto fisso?
    forse non è stato il fatidico art. 18 (e quello che questo significa a garanzia di chi ne beneficia, indipendentemente dal merito, ed a danno di chi “sta fuori”) a determinare l’indennizzo di Stato?
    Peraltro come tu ben sai l’art. 18 non opera per tutte le realtà economiche (ovviamente non parlo delle imprese sotto i 15 dipendenti)poichè non opera per i partiti, per i sindacati (non dirmi che non sono realtà economiche, inoltre sono stati i primi a violare la Costituzione non accettando la regolamentazione) per le cooperative ( che per tantissimi anni lo hanno regolarmente aggirato non licenziando il lavoratore ma escludendolo in quanto socio/lavoratore dalla cooperativa).
    La collettività, a mio giudizio ha pagato un tributo alle grandi aziende poichè queste ultime, al pari delle poste, delle scuola, delle aziende municipalizzate ecc… hanno svolto la funzione di “ammortizzatore sociale”.
    La responsabilità non è delle aziende, le aziende, quelle medio piccole in maniera enorme, sono vittime di un sistema vessatorio ed inefficiente che oggi, più che mai, rende impossibile le competizione internazionale.
    Quanto al dazio (il tu per ritorsione) ricordo a me stesso che quando un qualche politico italiano lo chiedeva a tutela delle imprese locali il professore seduto sullo scranno più alto d’Europa rispondeva che non era possibile……

  3. Gianni on 22 gennaio 2012 at 14:54

    Mauro sono felice di risentirti.
    Ti chiedo la cortesia di portar pazienza per la risposta, te la voglio dare ben ponderata quindi la rimando a stasera per prendermi cura delle “relazioni famigliari”, onde evitare di dover ricorrere alle tue prestazioni di avvocato… ;-) A dopo, ciao, Gianni

  4. Gianni on 22 gennaio 2012 at 20:42

    Caro Mauro, eccomi.
    Allora, siamo su due posizioni diametralmente opposte, non solo nel metodo ma nella “cultura”.
    Mi spiego meglio: quello che tu definisci “garantire la tranquillità del posto posto fisso” come privilegio ingiusto ed antieconomico, io lo penso come una aspirazione a cui tendere e che non è stata garantita mai a nessuno.
    Quello che tu reputi l’origine dei problemi, ovvero l’impossibilità di licenziare a causa dell’articolo 18, io penso sia una bufala, perché la Fiat e gli altri han sempre licenziato, ma lo dovevano fare dimostrando la crisi che lo richiedeva.
    Lo certificano le statistiche, pubblicate anche su questo blog.
    Inoltre io lavoro in cooperativa e l’articolo 18 esiste.
    No Mauro, credo che l’origine del male sia l’ideologia della Milano da bere, quella che è partita all’inizio degli anni 80 che ci ha fatto un paese dal debito pubblico insostenibile, che ci ha reso schiavi della globalizzazione, che ci ha illuso di poter vivere di terziario delocalizzando la produzione altrove.
    Quando entro l’anno saremo definitivamente falliti e dovremo instaurare una economia di guerra, chiuderemo le dogane e torneremo a produrre in casa, intanto avremo bruciato ricchezza e civiltà, in onore al dio mercato, che nient’altro non è che ricchezza per pochi e ai pesci chi non può.
    Comunque, i dati statistici parlano chiaro: in Italia c’è più ricorso al licenziamento che in altri paesi, seppur questi siano in condizioni economiche migliori delle nostre. Gli unici ad essere “estremisti” del licenziamento sono gli americani, che non mi sembra abbiano una buona pagella per dare insegnamenti.
    Inoltre, i vari Ichino e Fornero che vorrebbero togliere l’articolo 18 in nome di una mistifacazione del concetto di uguaglianza, non dicono che così facendo si otterrebbero alcuni enormi arretramenti di diritto: ricattabilità (chi farebbe più sciopero?), assenza di mediazione, mancanza di dignità sociale. Infine pensa: non essendo richiesta nessuna condizione di difficoltà economica a giustificare i licenziamenti, questi potrebbero scattare ad opera di qualche dirigente che mira ad ottenere premi personali con facili vie a breve per la riduzione dei costi.
    Mauro, il lavoro è alla base della ricchezza, della convivenza, della dignità. E’ alla base dell’uomo e per questo è posto al primo punto della costituzione italiana. Chi ne degrada il valore al concetto di mercato (il mercato del lavoro) è un pescecane che pensa di poter vivere sbranando tutto quello che gli sta intorno, ma non ha capito che quando salterà il sistema paese non avrà più niente da mangiare.
    Ti invito a leggerti Inchinados.
    Ciao, comunque sia ti son sempre molto amico.

  5. Gianni on 22 gennaio 2012 at 21:28

    Mauro leggi questo articolo di Macity LINK, arriva fino in fondo alla fatidica domanda su chi riuscirebbe in occidente ad arruolare 3000 persone e farle dormire in una medesima camerata. Credi che dovremo arrivare li o dovremo praticare l’embargo verso paesi e aziende che praticano lo schiavismo?

  6. mauro on 22 gennaio 2012 at 21:36

    Ti ringrazio per il “comunque sia ti son sempre molto amico” che sinceramente contraccambio.
    Per il resto, pur riconoscendo che la mia esposizione era troppo scarna e semplice per trattare un tema tanto importante e difficile, resta il fatto che all’ingessatura della garanzia del “posto fisso” [nelle aziende con 20-50 dipendenti (certamente piccole nel contesto internazionale)licenziare non è affatto facile] preferirei una maggiore mobilità che consenta a chi esce da un’esperienza lavorativa di entrare rapidamente in una nuova e a chi è fuori di essere assunto da quelle imprese che ricorrono a soluzioni precarie per non superare la fatidica soglia dei 15 dipendenti.
    ciao

  7. Gianni on 22 gennaio 2012 at 23:12

    Ti capisco Mauro, è un problema di tutti e oggi reso ancor più grave dall’allungamento della carriera di lavoro prima di andare in pensione. Ma è pura mistificazione far credere che la libertà dell’imprenditore di disporre a piacere di una manodopera a fisarmonica sarebbe compensata da un crescere di opportunità di lavoro. Ci sarebbe solo l’estensione della miseria. E comunque l’impossibilità di competere con lo schiavismo del lavoro di certi paesi. È ora di mettere dei vincoli al commercio. I professori che per anni han detto che è peccato mortale normare la concorrenza (Prodi o monti son uguali) sbagliano di brutto. La produzione, il commercio, la finanza hanno bisogno di gestione e regole come tutte le cose di questo mondo, e ciò non comporta il comunismo.
    In bocca al lupo, capitano d’impresa, ma ricordati che anche la destra è sociale.

  8. riccardo on 25 gennaio 2012 at 11:32

    In Italia ci sono più licenziamenti che in altri paesi perché nel nostro paese sta andando molto male. Il problema della rappresentanza sindacale esiste e la scarsa competenza dei loro funzionari è sotto gli occhi di tutti. In molti, troppi, hanno scelto quella strada perché più semplice, più comoda o comunque interessante rispetto al lavoro che svolgevano in fabbrica o in ufficio. Per molti di noi la politica è un hobby, un interesse forte e non c’è nulla d meglio al mondo che poter campare con la propria passione. Con la miseria umana che bazzica per sindacati, CGIL compresa, si fa presto a saltare sul carrozzone e dire addio al grigiore delle polverose pratiche o al frastuono delle fabbriche.
    L’art 18 esiste, esiste anche nelle cooperative. C’è da fare una netta distinzione tra le cooperative, quelle chiamate di primo grado, quelle di produzione e lavoro dove i soci non possono essere altri che i lavoratori e quelle di secondo grado, come i mulini, le latterie dove i soci sono i contadini che conferiscono i loro prodotti, oppure le cooperative di consumo come la Coop dove si va far la spesa e i soci sono i consumatori.
    Tutte le coop possono ricevere in prestito denaro, come piccole banche, dai soci.
    Le coop hanno potuto usufruire di una tassazione agevolata rispetto alle imprese private, cosa che da sempre manda quest’ultime fuori dai gangheri. E a ragione.
    Il motivo per cui le cooperative hanno goduto di una tassazione agevolata derivava dall’obbligo statutario di ognuna di loro di reinvestire in azienda gli utili, creando posti di lavoro e sviluppo del territorio. Grazie a connivenze politiche, negli ultimi dieci anni, sono state modificate alcune norme statutarie che non ponevano più limiti alla distribuzione d’utili, che non ponevano più tetti agli stipendi e che creavano figura professionale mai esistite all’interno di una coop : il manager.
    Inoltre le modifiche statutarie spalancavano le porte alle partecipazioni societarie così che non pochissime realtà cooperative si sono fatte abbagliare dal richiamo della produzione più facile, del più facile guadagno e in particolare delle tutele dei lavoratori più blande che in Italia.
    Alla fine dei conti i due supermercati che COOP aprì nella Croazia furono un misero fallimento così come il nostro stabilimento in quel di Bjelovar che di fatto ha annientato un intero reparto e alcune aziende del nostro indotto.
    Delocalizzazione, insomma. Quello di cui, sicuramente più in grande, si colpevolizza Marchionne, l’ha fatto la cooperazione. Quando qualcuno ha cercato, in tempi non sospetti di evidenziare il problema presso la Camera del Lavoro gli è stato risposto che i piani industriali delle aziende non erano campo d’intervento del sindacato. Per avere queste risposte ho salito tutta la scala gerarchica fino a raggiungere Mirto Bassoli, il segretarissimo.
    Quella che veniva definita la mia ossessione, adesso sarà il colpo definitivo, il tumore maligno che con ogni probabilità manderà in vacca una cooperativa con oltre cento venti anni di storia, leader del proprio mercato.
    In cooperativa l’articolo 18 esiste, non c’è dubbio e non si può licenziare se non per giusta causa così che la COOP invece di rischiare con contratti a tempo indeterminato ha un sacco, se non la maggioranza di lavoratori precari ed ha appaltato a ditte esterne, più piccole e non sottoposte al famigerato articolo, tutte le mansioni possibili. In questi anni COOP s’è fatta un sacco di soldi, diventando la cassaforte della Lega, Lega Coop, intendo. Di chi era secondo voi, la fetta più grossa nella scalata Unipol alla BNL?
    Essendo un socio della prima ora, spesso impegnato nelle questioni salienti, posso certamente, dal mio osservatorio speciale, sostenere che negli ultimi due decenni, quelli che hanno messo in ginocchio la nostra economia, un ruolo importante nel naufragio l’ha avuto la cooperazione. Berlusconi, una sorta di Capitano Schettino, non avrebbe potuto pilotare da solo verso il disastro la settima economia mondiale se al di là delle ciance pubbliche non ci fosse stata un’intera classe dirigente, sia politica che manageriale, che ha pensato bene di decuplicarsi lo stipendio e di pararsi il culo a vicenda.
    Se un paese civile si potuto permettere una classe politica ingessata, la gerontocrazia è perché alla fine tutti i convitati ne traevano vantaggio. Così che all’interno della cooperazione coloro che ricoprono incarichi direttivi sono sempre gli stessi da oltre vent’anni. Nella peggiore delle ipotesi gira qualche seggiola e chi presiede quel consorzio ne va a presiedere un altro, oppure diviene il presidente di quell’ente o di quell’alta coop.
    Questa cari amici è la cooperazione reale. Il viverci dentro mi ha fatto capire ben presto che quel valore, che ritenevo tra i più importanti e caratterizzanti dell’umanità, filtrato dall’umanità stessa, alla prima vera prova è risultato un bluff, se non una tragedia, come il comunismo sovietico, quello cinese, come qualsiasi comunismo in ogni parte del mondo. Cuba compresa. Con buona pace del Che o di Fidel.
    Alcuni anni fa chiesi, ad un ragazzo che aveva appena compilato la domanda per diventare socio, chiesi quale ra la motivazione che lo spingeva a farlo. Dopo averci pensato un attimo mi rispose così:
    “A te non voglio raccontare balle, lo faccio per i soldi”
    Fino ad allora una parte importante, diciamo la metà del nostro reddito derivava dagli utili di bilancio che però, fino al raggiungimento di una quota di circa cinquanta mila euri si doveva lasciare in azienda. Non mi addentro oltre, ma già qui si sarebbe dovuto marcare la differenza tra chi lavorava e produceva reddito e chi faceva il manager: l’operaio lasciava i soldi guadagnati in ditta, il manager intanto se li era già portati a casa sotto forma di stipendio e benefit.
    Tornando a bomba a quel giovane ragazzo ribattei così:
    “Tu non ti rendi conto dei momenti che incontreremo. La quota sociale che stai versando, fai i conti di averla già perduta, ma come socio potrai contare sul valore più grande che la cooperazione possa esprimere: la solidarietà”
    Sapevo di mentire, ma almeno una speranza per quei ventimila euri che aveva versato per poter essere ammesso come socio, gliela dovevo.
    Quest’anno, non potendo chiudere lo stabilimento croato, sommerso dai debiti, che ci avrebbe trascinato immediatamente nel fallimento, in rispetto all’art 18 siamo ricorsi alla mobilità volontaria. Circa in venticinque hanno accettato l’assegno statale mediamente di settecento cinquanta euri mensili per due anni e una buonuscita di un’annualità. Qualcuno, più smaliziato s’è fatto pagare il doppio e tanti auguri.
    All’azienda questa operazioncina è costata circa trecentocinquanta mila euri, una bazzecola negli oltre otto milioni di deficit del bilancio 2011.
    Senza l’art. 18, alla fine del 2010, con un deficit di bilancio di “soli” cinquemilioni e seicento mila euri, avrebbe potuto licenziare il personale in esubero. Grazie all’art 18 queste persone sono potute uscire dal lavoro e non scaricate con un minimo di dignità.
    Per come andrà a finire la faccenda saranno gli unici a portarsi a casa, una buonuscita, la quota sociale (i risparmi di una vita) la liquidazione.
    Tutto questo non sarebbe successo se ci fosse stata una classe manageriale meno arraffona e dei miseri uomini politici che al telefono domandavano se era vero che finalmente avevamo una banca.

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